Quando la musica aiuta ad elaborare il dolore

La musica è entrata talmente tanto a far parte della nostra vita quotidiana che la sua presenza oramai è data per scontata.

La musica è entrata talmente tanto a far parte della nostra vita quotidiana che la sua presenza oramai è data per scontata.

Fa da cornice agli eventi più importanti, così come nei gesti più semplici della vita di tutti i giorni.

Ma che cosa ci spinge a scegliere quel brano specifico, in quel preciso momento?

Il dolore non è un errore dell’evoluzione umana.

Nella vita tutto ciò che conta si conquista superando l’esperienza negativa a essa correlata. Ogni tentativo di evitarlo, soffocarlo o silenziarlo ci si ritorce contro.

Musica nella quotidianità:

La musica è entrata talmente tanto a far parte della nostra vita quotidiana che la sua presenza oramai è data per scontata.

Fa da cornice agli eventi più importanti, così come nei gesti più semplici della vita di tutti i giorni.

Basti pensare alla marcia nuziale di un matrimonio, alla canzoncina di buon compleanno, alla messa della domenica mattina, alla ninna nanna.

E ancora, la si ascolta per radio mentre si va al lavoro, con gli auricolari mentre si va a correre o in palestra, mentre si attende di parlare con un operatore telefonico, dal parrucchiere.

Se poi ricollegassimo alcune canzoni a momenti della vita di ognuno di noi, gli esempi sarebbero infiniti.

Chi non ha mai dedicato una canzone romantica al proprio partner?

Quanti si ricordano delle vacanze estive ripensando alle hit più in voga quell’anno?

Chi non ha mai ballato YMCA o la macarena in riva al mare?

Verrebbe naturale pensare che nei momenti tristi, quando ci si sente giù di morale, la cosa più semplice sarebbe alzare la musica a tutto volume, magari con canzoni allegre e spensierate.

Il rumore delle onde

Eppure non è sempre così.

Quando viviamo un brutto momento, spesso viene l’istinto di chiuderci in camera e crogiolarci nel nostro dolore, ascoltando quella canzone che ci ricorda tanto quella persona che ci ha ferito, o per la quale soffriamo.

Ma che cosa ci spinge a scegliere quel brano specifico, in quel preciso momento, piuttosto che un altro? Scegliamo una canzone per il testo, o per la melodia? Cosa ci aspettiamo dall’ascoltare musica quando siamo tristi?

Lo scopo di questo articolo è comprendere il motivo per cui preferiamo ascoltare un certo tipo di musica quando sperimentiamo situazioni avverse, focalizzando l’attenzione sulle differenti funzioni e sugli effetti che l’ascolto della musica triste produce.

L’analisi di questi fattori può essere importante al fine di comprendere in che modo la musicoterapia può essere di supporto alla pratica clinica, e in che modo può essere un valido strumento all’interno di un approccio multidisciplinare per migliorare gli effetti della psicoterapia nel trattamento di differenti disturbi.

Musica e psicoterapia: musicoterapia

La World Federation of Music Therapy (Federazione Mondiale di Musicoterapia) ha dato nel 1996 la seguente definizione:

La musicoterapia è l’uso della musica e/o degli elementi musicali (suono, ritmo, melodia e armonia) da parte di un musicoterapeuta qualificato, con un utente o un gruppo, in un processo atto a facilitare e favorire la comunicazione, la relazione, l’apprendimento, la motricità, l’espressione, l’organizzazione e altri rilevanti obiettivi terapeutici al fine di soddisfare le necessità fisiche, emozionali, mentali, sociali e cognitive.

La musicoterapia mira a sviluppare le funzioni potenziali e/o residue dell’individuo in modo tale che questi possa meglio realizzare l’integrazione intrazione interpersonale e consequenzialmente possa migliorare la qualità della vita grazie a un processo preventivo, riabilitativo o terapeutico.

Nonostante la musicoterapia si sia fatta largo nel panorama clinico-psicologico solo nel secolo scorso, le origini della musica sono ben più lontane.

Già nell’antica Grecia la musica aveva un ruolo preponderante, tanto da attirare l’attenzione di studiosi come Platone e Pitagora. Da allora sono stati sempre più numerosi gli studi intorno alla natura del linguaggio musicale.

Per Wackenroder la musica esprime il mondo delle emozioni (Wackenroder, 1814) per Meyer la musica susciterebbe aspettative da appagare (Meyer, 1956), mentre secondo Fonagy il linguaggio verbale e quello musicale avrebbero la stessa origine (Fonagy, 1983).

Le origini della musicoterapia possono essere fatte risalire agli anni ’50, quando medici e psichiatri di varie parti del mondo (tra i quali Benenzon in Argentina, Wigram in Gran Bretagna e Lecourt in Francia) hanno iniziato ad interessarsi al possibile coinvolgimento del ruolo clinico della musica nel processo terapeutico (Scarso et al., 1998).

Iniziava dunque a farsi largo l’idea che la musica potesse inserirsi in una pluralità di interventi multidisciplinari (Parenti, 1983), al fine di raggiungere diversi obiettivi, tra cui:

• acquisire abilità psicomotorie (o intellettive);

• facilitare le relazioni interpersonali incoraggiando l’uso di un linguaggio non verbale;

• migliorare le capacità di insight;

• contenere i propri vissuti emotivi;

• migliorare l’espressività del Sé corporeo.

Quest’ultimo punto si riferisce in particolar modo all’associazione di musica e danza, che favorirebbe la comunicazione non verbale, modulando la distanza interpersonale (Scarso et al., 1998).

Musica e strategie di ascolto:

L’ascolto della musica può assolvere molteplici funzioni, tra le quali assume particolare importanza quella contenitiva.

Non a caso, capita spesso di ascoltare brani già conosciuti, probabilmente per ricercare vissuti già provati. Altre volte l’ascolto di determinati brani ci permette di “rievocare” momenti nostalgici, altre ancora la musica rappresenta una sorta di “evasione”, e consente un distacco dalla realtà, seppur momentaneo.

Musica triste quando siamo tristi:

Secondo Miranda e Claes (2009):

Ascoltare la musica può essere utilizzata intenzionalmente per far fronte allo stress quotidiano.

Analogamente, sempre più ricerche hanno dimostrato che in seguito a esperienze negative, le persone siano motivate ad ascoltare musica triste, al fine di distrarsi dall’evento o per incanalare le proprie emozioni.

Molti studiosi hanno evidenziato le seguenti strategie di selezione musicale quando si provano stati d’umore negativi:

• Connessione: selezionare uno specifico pezzo musicale perché la musica ritrae un’emozione o ha un testo in cui l’ascoltatore si identifica in quel momento;

• Trigger (innesco) della memoria: selezione della musica perché essa ha associazioni con eventi o persone passate;

• Valore estetico alto: selezione della musica perché essa viene considerata come “bella”;

• Messaggio musicale: viene scelta la musica che esprime un messaggio, in cui l’ascoltatore si identifica.

Musica e auto-regolazione delle emozioni

Un consistente numero di recenti studi sottolinea come l’ascolto della musica funga da auto-regolatore delle proprie emozioni. In questa accezione, l’ascolto musicale potrebbe essere usato per cambiare, mantenere o rinforzare emozioni e stati d’animo, o per rilassarsi.

Da quanto emerge da uno studio recente condotto su 65 adulti l’ascolto di brani tristi avrebbe una funzione auto-regolatoria (Van den Tol & Edwards, 2011), che consiste nel: riproporre l’esperienza emotiva, per rimanere in contatto ed intensificare i propri stati emotivi; rievocare ricordi passati, spesso associati al brano scelto; ricercare la “vicinanza di un amico” simbolico; distrarsi, per concentrarsi su un altro stato d’animo che non sia quello attuale (Van den Tol & Edwards, 2015). Inoltre, la scelta di un brano triste in momenti tristi, potrebbe essere una valida strategia di coping per fronteggiare un evento spiacevole o stressante.

L’ascolto di una canzone triste può agevolare l’accettazione, può significare ricevere supporto, o avere una funzione empatizzante, in particolare per gli adolescenti, i quali utilizzano spesso la musica come riparo al proprio umore (Saarikallio, 2008).

Musica e tristezza:

Diverse ricerche hanno messo in luce una correlazione positiva tra l’ascolto di musica triste e l’aumento del tono dell’umore.

Molti studi hanno indicato che le strategie di selezione musicale maggiormente utilizzate per aumentare il tono dell’umore sono la rivalutazione cognitiva o un diversivo comportamentale, come la distrazione (Haye et al., 2010; Kross, Ayduk, & Mischel, 2005; Totterdell & Parkinson, 1999).

Inoltre, in diverse ricerche sull’ascolto di musica triste, è stato riscontrato che molte persone tendono a richiamare in memora ricordi riguardanti amori perduti, o mancati (Van den Tol & Edwards, 2011) e che sembrano richiamare alcuni elementi della nostalgia, descritta da Wildschut, Sedikides, Arndt and Routledge (2006) come “un’emozione agrodolce”, cioè la felicità legata all’esperienza ma che contiene anche elementi emotivi negativi. In modo interessante, gli autori hanno dimostrato che le persone spesso diventano nostalgiche al fine di migliorare il proprio umore (Wildschut et al., 2006). In aggiunta a questi risultati, Barrett e coll. (2010) hanno messo in evidenza come l’umore triste può motivare le persone ad ascoltare musica, che diviene a sua volta uno strumento per recuperare i ricordi nostalgici e aumentare l’umore positivo.

Uno studio condotto su 220 partecipanti (Van de Tol e coll., 2015) ha dimostrato che le persone tendono a selezionare una musica con valore estetico elevato come forma di distrazione e di rivalutazione cognitiva per migliorare il proprio umore.

Più nello specifico, questi risultati porterebbero a ipotizzare che le persone, dopo aver sperimentato un evento negativo, selezionino consapevolmente la musica con alto valore estetico con lo scopo di migliorare il proprio stato emotivo(Van den Tol & Edwards, 2015).

Questi risultati forniscono ulteriori informazioni alla letteratura esistente. Ad esempio Chen e coll. (2007) hanno riscontrato che la preferenza verso l’ascolto di musica triste si verifica durante l’esperienza di un umore negativo, mentre la scelta di ascoltare una musica più felice si manifesta poco dopo aver vissuto un’esperienza avversa, al fine di migliorare il proprio stato d’animo.

Questi risultati spiegherebbero perché le persone ascoltano una musica triste quando sono tristi, appunto per “risolvere” il loro stato emotivo e, come ulteriore prova a favore di tale teoria, le persone riferiscono di sentirsi meglio dopo l’ascolto.

È interessante notare che, sebbene ascoltare una musica triste come strategia di distrazione sia correlato con un aumento dell’umore, l’ascolto continuo di questo tipo di musica per distogliere l’attenzione dalle esperienze negative può rappresentare una strategia di coping (Miranda & Claes, 2009; Garrido & Schubert, 2011) o una strategia psicologica

Musica e musicoterapia: le prospettive

Dai risultati emergenti dalle ultime ricerche sull’ascolto della musica triste in situazioni avverse, emerge come l’ascolto di musica triste intensifichi i sentimenti di tristezza per la maggior parte delle persone, ma anche come siano le persone stesse a ricercare questo tipo di sensazione, con il fine di sentirsi in contatto con le proprie emozioni.

La musica assolverebbe in questo caso una funzione “catartica”, come se le persone volessero vivere in maniera ancora più profonda la loro tristezza, per poi sentirsi sollevati e poter “riemergere” dal proprio stato d’animo negativo.

Sarebbe interessante prendere in considerazione, nelle future ricerche, quali e in che modo le caratteristiche individuali (ad esempio tratti della personalità vs aspetti culturali) possano portare le persone a preferire l’ascolto di un certo tipo di musica. Ad esempio, come dimostrato da Garrido e coll. 2013), alcune persone provano emozioni positive quando ascoltano brani tristi rispetto ad altre persone, e questo potrebbe enfatizzare la variabilità individuale che si esplica nel provare emozioni diverse di fronte ad uno stesso stimolo.

Dai risultati riportati si potrebbe pensare, quindi, che la musicoterapia potrebbe essere un valido strumento di sostegno e supporto per coloro che vivono esperienze emotivamente negative, seppur transitorie.

Viene da chiederci se questi risultati possono essere estesi a persone che presentano una sintomatologia più severa: la musica, sia essa triste o felice, può fungere come uno strumento da integrare nel trattamento psicoterapeutico di diversi disturbi di entità più severa?

Alcune recenti ricerche sulla combinazione di musicoterapia e psicoterapia forniscono risultati promettenti.

Ad esempio, risultati emersi da una meta analisi, che includeva studi su pazienti affetti da depressione, hanno evidenziato come la associazione tra musica e psicoterapia ha prodotto un aumento del tono dell’umore maggiore a quello prodotto dalla terapia standard (Maratos e coll., 2009).

Aspetto molto interessante è che la musicoterapia nel trattamento dei sintomi depressivi si sia rivelata efficace non solo negli adulti, ma anche nei bambini e negli adolescenti (Sam Porter e coll., 2016).

Ulteriori ricerche hanno messo in luce il ruolo della musicoterapia nell’ambito delle cure palliative: in uno studio condotto su malati terminali (Nakayama H. et al., 2009), si è registrata una diminuzione dei punteggi dell’ansia e della depressione già dopo la prima sessione di musicoterapia, mentre i punteggi per l’eccitazione tendevano ad aumentare, a favore di un miglioramento della qualità della vita dei pazienti.

Nonostante l’interesse crescente verso gli effetti che la musica può avere sul migliorare lo stato di salute psicologica, sarebbe opportuno ampliare la letteratura scientifica a riguardo, nel tentativo di comprendere se tali effetti positivi, in particolare l’aumento del tono dell’umore, siano riscontrabili anche a lungo termine.

Sarebbe inoltre interessante identificare ulteriori ambiti applicativi in cui la musicoterapia, in associazione con la psicoterapia, possa mostrare effetti positivi per il trattamento di altri disturbi, e poter differenziare, a sua volta, le differenti forme di musicoterapia a favore di un approccio personalizzato e basato sulle esigenze del singolo individuo.

il rumore del vento

Yoga e Meditazione inizio una nuova vita

Lezione di yoga presso l’associazione culturale vita di parma domenica 19/01/2020.

Oggi sono stato alla lezione introduttiva alla pratica dello Yoga presso l’associazione culturale Vita di Parma.

L’associazione si occupa prevalentemente di “scienze olistiche” nelle sue molteplici sfaccettature.

Devo ammettere che mi sono diretto verso questa prima esperienza, pieno di pregiudizi e preconcetti dati dal mio background culturale e dal tessuto sociale in cui sono cresciuto dove tutto ciò che non è tangibile (a parte la religione cattolica) non è contemplato.

Mi è sempre piaciuto considerarmi di mente aperta e diverso dai miei compaesani, anche se nel profondo della mia coscienza so che non è vero infatti come ho detto in precedenza avevo e ho ancora molti preconcetti su queste discipline che comportano un approccio più che altro “spirituale”.

Ho sempre fatto delle nette distinzioni, mettendo degli asterischi per differenziare ciò che la maggior parte della società considera normale e ciò che non lo è, va da sé che tutte queste discipline siano state precedute dai miei simbolici asterischi, il mio pensiero come quello di molti di questa società che chiamiamo “normale” è che discipline “alternative” possano indurre al lavaggio del cervello e siano praticate solo da persone facilmente influenzabili, finalizzate allo scopo di estorcere denaro ai creduloni di turno.

Adesso giunto a quell’età dopo posso sostare sulla sponda e del buon senso ma soprattutto trovandomi effettivamente in un momento di bisogno dato da svariate malattie fisiche e mentali posso sicuramente affermare che la mia visione è stata per troppo tempo limitata.

Sicuramente il mondo è pieno di ciarlatani pronti a spennarmi come una gallina vecchia e sicuramente non verrò preso dalla frenesia della cristallo terapia o dal veganesimo più estremo ma ritengo che questo primo approccio allo Yoga con un breve momento meditativo abbia in concreto portato un piccolo beneficio al mio corpo oramai lacerto dai troppi farmaci e dallo stress di una vita vissuta in modo sconsiderato.

In ultima analisi non credo che la yoga possa ridarmi ciò che l’infarto cerebellare o più comunemente chiamato ictus ischemico mi ha strappato dal corpo, infatti oramai il mio equilibrio e la mia coordinazione sono danneggiate e poco si può fare (non che prima fossi molto coordinato), ma sicuramente già il fatto di essermi sentito bene nel provare le varie Asana proposte dall’insegnante questo possa essere un piccolo passo verso una serenità che solo io posso trovare frugando dentro la mia mente.

Uscire dagli schemi imposti

Attualmente l’associazione Vita mi ha fatto riscoprire e scoprire un mondo e un modo diverso di approcciarmi ai miei problemi infatti appena rientrato mi sono messo subito a navigare tra i vari siti che spiegano sia lo Yoga che la meditazione, leggendo freneticamente centinaia di pagine sull’argomento.

Non ritengo siano pratiche fai da te, penso che serva una sorta di accompagnatore riconosciuto e “qualificato” che spieghi nel dettaglio come interagire nel miglior modo con queste antiche pratiche, in quanto non penso si possa fare a meno dell’esperienza di chi ha già affrontato questo percorso in modo professionale, lo Yoga è una “scienza” sia mentale che fisica senza tralasciare la parte spirituale data dalla meditazione .

Sicuramente i miei limiti fisici, se riuscirò a seguire questo corso si faranno sentire tutti ma a piccole dosi passo dopo passo sono sicuro che un miglioramento lo avrò anzi l’ho già avuto riconsiderando tutti i miei preconcetti.

Dopo questo primo approccio e le mie letture cosa mi aspetto da questa disciplina?

Mi aspetto che lo Yoga abbassi i miei livelli di stress, che riduca in minima parte i miei problemi legati all’equilibrio ma soprattutto liberi la mente dai pensieri diventati oramai troppo “pesanti”.

Meditare: perché è così difficile